Qualcuno mi disse che ci sarebbero voluti tre anni, almeno…

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immagine presa dal web

Durante i primi mesi di espatrio, quando mi sentivo smarrita, nostalgica ed insicura, qualcuno mi disse che ci sarebbero voluti tre anni, almeno, per sentirsi a casa in un posto nuovo. Era il 2015 e presi quella frase un po’ come un monito, un po’ come una promessa.

Sono i primi giorni del 2018, i bimbi son tornati a scuola, le decorazioni natalizie e l’albero son tornati al loro posto: scatole colorate nella penombra della cantina.

Il cielo continua a virare dal bianco latte al grigio denso, scorre a tratti, come su un nastro trasportatore, qualche stralcio di azzuro col suo sole forte. Le temperature sono ancora stranamente clementi per questo mese. Abbiamo avuto un po’ di neve che si è rigorosamente negata a Natale, anche se non ci abbiamo fatto caso questa volta, distratti dalla dolce presenza dei miei genitori che ha ristabilito il carattere affettivo di questa ricorrenza solenne.

È stato un Natale leggero, come i fiocchi di carta che abbiamo ritagliato insieme. Sono stati giorni sereni che ho vissuto naturalmente, senza l’angoscia di voler trattenere. Sono arrivata a Gennaio senza aver paura di ricominciare, di rivedervi tutti partire e di ritrovare me, immobile, che indugio a metà strada, senza riuscire ad avanzare.

Sarà che nonostante gli sforzi linguistici la mia ostinazione mi ha regalato un straccio di vita sociale, sarà che ad un certo punto mi sono svegliata senza quella sensazione di stupore, guardando finalmente tutto quello che mi circondava, dietro ad un filtro di famigliarità. Sarà che è successo qualcosa a Novembre, di quelle cose che non ti aspetteresti mai. Era un pomeriggio, di sabato, ero sola con i bimbi  a casa, lui a lavoro, senza sosta, brevi e sporadiche apparizioni : “i weekend della reperibilità”. Era uno di quei pomeriggi molli, le ore si ripiegavano su se stesse, i bimbi annoiati si accendevano in piccole snervanti liti. Io, cercavo di rimanere a galla, con la testa fuori a boccheggiare, a buttare un cenno alla finestra cercando di scoprire dall’inclinazione della luce, il tempo che restava a quella giornata per volgere al termine. E mentre la luce si faceva ombra, è arrivato quel messaggio.

A volte  nella vita capita di incontrare persone speciali. Capita casualmente, spesso in circostanze che non avevamo previsto, come una sorpresa. Quel pomeriggio di novembre, in quel messaggio, ho capito di averne incontrata una. Ho ripensato subito alla prima volta che l’ho incontrata, complice una delle rare serate fuori che mi sono concessa prima della pausa estiva, grazie all’entusiasmo di una persona cara che l’ha organizzata invitandoci entrambe, la stessa persona con le quali ho condiviso qualche mattina uggiosa, spezzando la noia e la solitudine che mi mordevano il cuore l’anno scorso. Ricordo che fu l’ultima ad arrivare, a prendere posto a quella tavolata, con l’affanno tipico di chi ha fatto i salti mortali per essere dov’è. Me la ricordo minuta, un viso dolce con gli occhi grandi ed il fare di chi è molto sicuro di sé. Eravamo in sei  a quel tavolo, sei donne partite dallo stesso paese e finite nello stesso posto,  con tanta voglia di condividere esperienze e raccontarsi.

E noi ci raccontammo, facendolo senza l’imbarazzo della prima volta, con la  disinvoltura di chi si conosce già. Mi piacque la sua grinta, la dolcezza con cui parlava della sua bimba, la sua voglia di confrontarsi schiettamente. Tornai a casa con la sensazione  di aver passato una serata gradevole e la soddisfazione di aver trovato sul mio cammino ancora una volta, e senza pretese, qualcuno con cui avevo avuto il pregio di trovarmi in sintonia.

Poi  è arrivata l’estate, con le sue partenze, il rientro in Italia ed il ritorno. Non ci siamo più viste né sentite da quella sera. Immerse nelle nostre vite, siamo arrivate fino a quel pomeriggio di Novembre.

A volte nella vita capita di incontrare persone speciali.

E che queste persone portino con sé un dono: in quel messaggio ho trovato una timida offerta di lavoro, formulata con gentile discrezione. Una proposta che profumava di aiuto ed era stata pensata  proprio per me: aveva letto del triste epilogo della mia illusione lavorativa,  in uno dei miei ultimi post e mi offriva la possibilita di poter lavorare  arginando i miei problemi, proponendomi di scegliere, da sola, l’orario che mi avrebbe permesso di essere a casa con i bambini al pomeriggio.

Ci siamo riviste poi, davanti ad una pizza e poi ancora in ufficio, da lei. Ed io non so, se l’ha capito che in quel pomeriggio di Novembre, quel suo messaggio si è tresformato nel tassello mancante, completando il disegno, rimettendo a fuoco l’inquadratura.

Sono i primi giorni del 2018, i bambini sono rientrati da scuola con le guance arrossate e un sorriso convinto. Venerdì festeggiamo il compleanno di A e verranno i suoi amichetti. C’è da organizzare una cena con le mamme del gruppo, prendere appuntamento con la maestra del Kindergarten per D. Sul calendario, finalmente, s’ infila un po’ di inchiostro sotto al mio nome, ha riempito tutta la casella di giovedì 11 gennaio con una sola parola, scritta a lettere giganti: è il mio primo giorno di lavoro.

Qualche tempo fa, qualcuno mi disse che ci sarebbero voluti tre anni, almeno, per sentirsi a casa in un posto nuovo.

Forse è vero.

Ad Elisa, grazie di cuore.

 

 

 

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12 risposte a "Qualcuno mi disse che ci sarebbero voluti tre anni, almeno…"

    1. Grazie!! In realtà questo posto mi è sempre piaciuto, ma davvero a ricominciare da zero ci si sente un po’ persi…ora mi sento davvero bene e davvero con questo lavoro sento di aver ritrovato la mia identità😊

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    1. Carissima Maddalena!! Si più che altro è il lavoro ideale, si incastra perfettamente con i miei orari e non devo impazzire per trovare soluzioni per i bimbi. Lavorerò in ufficio per una ditta di spedizioni e i titolari e i colleghi che ho già conosciuto sono davvero carinissimi! Che altro dire…avanti tutta! Grazie

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