Stand by you

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Immagine presa dal web

 

 

Ora è chiaro che tutto sta cambiando.

Devi essertene accorta pure tu. Sei tornata a cercarmi e lo fai senza pretendermi. Ti accosti senza sforzi, per la prima volta mi cammini accanto ed io, non devo accellerare il passo ma la mia mente, per starti dietro. Sei diventata incredibilmente alta, dieci anni ti hanno permesso di sfiorarmi già la spalla e quando mi abbracci, ho il profumo della tua testa che mi solletica il mento.

Cambia la tua bellezza, su quel viso sottile che s’è allungato, scavando il ricordo delle tue guance piene. Quel corpo da bambina già fuori misura, si reinventa ad ogni impercettibile cambiamento e scopri una gestualità nuova che accompagna nuovi umori, modella sconosciute sensazioni. Hai l’espressione mutevole, il sorriso ti si appiattisce a volte, il perché, forse, è una storia che devi ancora ascoltare.

Sono riuscita a prendere del tempo per noi, negli ultimi giorni, complici  le ferie di carnevale che sono un privilegio dei bimbi grandi perché le scuole materne e le Tagesmutter, continuano operose a offrire i loro servizi e a regalarci piccole e preziose solitudini.

Così va che ci ritroviamo io e te, sole.

Respiriamo di nuovo quel tepore originario che saturava l’aria quando il mondo aveva i nostri confini, quando non c’eravamo che noi e le giornate prendevano la forma dei tuoi umori, le mie mani erano sempre libere e, ai miei occhi, concedevo un’unica direzione.

E ora succede di nuovo.

Strette, strette, camminiamo mano per mano nella galleria illuminata del centro commerciale, ci investe il profumo intenso di quel negozio di fiori che ci piace tanto. È tempo di bulbi, i giacinti lilla, timidi e odorosi sembrano nuvolette leggere in mezzo alla tempesta di tulipani di ogni colore e i narcisi gialli con la loro corona riversa. Appanniamo un poco la vetrina dei bijoux, negli occhi hai il riverbero di quello scintillio di catenine e pietruzze brillanti. Ce ne andiamo col nostro incarto lieve di orecchini nuovi e, quando ti riprendo la mano, sento che mentre dentro di te, sta bussando la donna sconosciuta che sarai, io ho fatto accomodare la ragazzina che ero, e sorrido pensando che potrebbero incontrarsi, veramente.

Mi confidi il tuo primo batticuore, nascondendoti dietro al gelato enorme che mangiamo in due: il tuo compagnetto di scuola, il ragazzino col visetto affilato e gli occhi grandi che distraggono da quelle eflidi curiose che gli spruzzano gli zigomi. Sono grata per aver potuto riconoscere da lontano, la sfumatura rosa che ti prendeva il viso, quando vi siete trovati, per caso, sullo stesso strappo di prato.

Ci sorprende una mattina che fuori piove, allora ci sta bene quel film per teenager che volevi vedere con me, ma quando? e ti gusti soddisfatta la nostra intimità, confezionandola di piccoli riti e calde coperte che si perderanno, nelle giornate affollate della nostra famiglia.

Si accorcia una distanza in questi giorni, tu mi chiedi di non distrarmi ed io lo conosco bene il peso delle mie assenze, non voglio negarmi.

Così lascio andare un po’ tutto: i valzer di parole, le navigate solitarie, pure il forno s’è spento e abbiamo perso il profumo del pane.

Pigio di nuovo sul tasto Standby, spegnendo  il mondo virtuale, abbandonando questo diario.

È stata l’unica reazione possibile quando mi hai fatto notare, tagliente e piena di risentimento che la mia attenzione ultimamente è labile e catalizzata da qualcosa che tu hai chiamato con disprezzo TELEFONO, ridimensionando brutalmente, quello che io, fino a questo momento, ho evidentemente considerato importante e meritevole di concentrazione.

È stata l’unica reazione possibile quando ho visto ,dentro di me, la vergogna di cui era vestita  quella tua verità. Ho visto le orme sporche che ho lasciato, tutte quelle maledette volte che tornavo indietro da quel limite che mi promettevo, ogni giorno, di non superare, sperando, meschina, di non essere stata scoperta.

È bastato rimuovere quell’icona azzurra dal mio cellulare e dalla mia coscienza per restituire, alla purezza appannata dei tuoi occhi, il naturale e indiscutibile ordine delle cose.

Perché poi, ad un certo punto, non se lo ricorda più nessuno cosa vai a fare quando non ci sei, quando ti eclissi un poco, rimane solo la triste, tangibile sensazione della tua assenza. Ed ora che tu, ti stringi forte alla mia presenza, sorrido e me lo scordo un po’ anch’io.

In fondo cerco solo di proteggere questa dolce armonia mentre fuori, tutto il resto, condensa.

 

 

 

 

Di inserimenti a “buon fine” e farneticazioni inutili.

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immagine presa dal web

 

Questa è la quarta volta che vai da Mina, la tua Tagesmutter.

Mentre saliamo la scala  esiti un attimo, poi Mina s’intromette nello scricchiolio dei nostri passi, aprendo la porta  e quando si affaccia, tu ti arrampichi tutto al suo sguardo, lasciandomi un po’ indietro, appesa alla tua mano. Sulla soglia ti giri, mi guardi torvo, il labbruccio inferiore appeso che si tira dietro quegli occhi con un’espressione che non so decifrare, con quel tempo misero che mi concedi prima di voltarti e sparire nella sua casa. Lei  raccoglie il mio stupore mesto, mi sorride e si congeda.

Scendo le scale e vi ho lasciati lì, te e Mina.

Mentre guido, in macchina, non so che sentimenti andare a pescare.

La prima volta, pensavo l’avremmo passata abbracciati, io e te, su quel divano in salotto, ad osservare l’altro bimbo e a scrutare, complici, le mosse di Mina. Invece no, ti sei sentito subito a tuo agio, ti sei conquistato spavaldo, la metà di quel tappeto ed io sono diventata un’immagine sfocata alle tue spalle, fino a quando, lei, non mi ha proposto di allontanarmi per un’oretta e mi sono ritrovata inaspettatamente fuori, nella luce forte delle 11 del mattino, con le mani in tasca, a guardarmi le punte dei piedi. Mi richiama dopo un paio d’ore: tuo padre è a casa per via del suo mal di schiena, sussultiamo al primo squillo e smettiamo di far passare il tempo, fingendo di non stare lì ad aspettarti.  Mina mi dice che hai la giacca in mano e mi chiami costantemente, piagnucolando.

La seconda volta, succede una cosa che mi avvelena tutta la mattinata: memore della volta precedente, commetti l’imprudenza di pensare che entreremo insieme, ti infili svelto dentro casa ma lei mi lascia  sulla soglia, si prende la borsa e mi dice di non preoccuparmi. Chiude quella maledetta porta ed io non ti ho salutato. Torno a casa, anche se cerco di sdrammatizzare, al telefono con mia madre, non riesco a togliermi di dosso l’odore acido del tradimento che ho commesso. Immagino le tue domande rimaste sospese,circa la mia sparizione, quelle domande che non sai pronunciare. Una nuvola nera mi fa ombra sulla testa, mi metto a pulire casa come un’invasata, punendomi, mentre inizio a far passare il tempo, senza sforzarmi di fingere che non ti stia aspettando. Quando Mina mi chiama, ti stringo forte, troppo. Hai pianto solo un poco dice lei, “vedi che torno sempre”, dico io.

La terza volta è stata due giorni fa. Quando ti nomino Mina, in macchina, tu dici “no” e poi tiri fuori un ditino minuscolo, dalla manica della giacca e dici “mamma”, puntandomelo contro: non hai dimenticato. Io ho mal di gola, i brividi e forse qualche linea di febbre.  A metà scala, fai un giro su te stesso, punti lo sguardo cieco sulle mie ginocchia e con le braccia sollevate, chiedi muto il mio abbraccio. Così, andiamo insieme e quando lei ti prende in braccio, riesco solo a dirti “mamma torna” e a chiedermi per quale cavolo di motivo, ogni volta che vado via, voi avete sempre gli occhi più grandi. Questa volta Mina non mi ha chiamata: vi ho sorpresi quando sono scesa giù dal medico, mentre me ne tornavo in macchina, nascosta nel mio scialle enorme. Ti ho preso lì, in mezzo alla strada,  scoprendo che lei ti dice che sono a lavoro quando mi cerchi…

Cos’altro dovrebbe dirti? cos’altro potrebbe spiegarti?

Oggi è la tua quarta volta, e mi sto chiedendo perché. Perché non ho una motivazione che non cambi d’ aspetto a seconda dell’umore? che sia accettabile sempre, costantemente?

Perché, sento una nota stonata, se chiamo il tempo per me, tempo senza di te che poi, altro non è?

Però un po’sorrido e mi vien da pensare che in queste ore sto scrivendo, più tardi andrò un po’ a camminare. Martedì prossimo, ci infilerò un nuovo corso di lingua on line, e magari impasterò anche la pizza, per rimettermi in pari con le lezioni di panificazione e, forse, mentre l’impasto cresce, al caldo nel suo bozzolo di coperta, entrerò finalmente dentro  a quella biblioteca…

Vedi, è questo che fa la mamma quando Mina ti dice che è a lavoro, e, anche se è vero che devo  sforzarmi, devo credere che sia importante, che lo sia, almeno, quanto andare a lavoro. E non fa niente, non mi suggerisce il senso di colpa, quella parola lì, lavoro, anche se non è vera, che poi, intendiamo qualcos’altro.

Sai che c’è?

Per una volta, facciamo che vada bene così e basta.

Facciamo che io possa farne finalmente a meno, di scadere sempre, nel solito, paranoico cliché.

Che poi, va a finire che di passi non ne facciamo, né avanti ,né indietro.

 

 

 

 

I giorni dell’integrazione

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immagine presa dal sito web enandis.com, “I CUBOTTI” ( un bellissimo gioco per bambini).

I giorni dell’integrazione hanno il colore, azzurro pastello, del cappello di quella mamma che incontro al kindergarten ogni mattina: è giovanissima, gli occhi enormi, nocciola intenso: si offre di riportarmi A. a casa e srotola un ponte saldo, ancorato ai nostri sorrisi. Hanno il colore azzurro pastello degli occhi di Mel, la ragazza che abita due case più avanti, i nostri figli nella stessa scuola. Scalpita Mel, in questa dimensione bucolico provinciale, lei, che viene da Stoccarda e il mondo aveva tutta un’altra velocità. Ci fa vicine la novità del trovarci qui, abbiamo passato qualche pomeriggio insieme: Mel se ne frega che io la capisca o meno, lei parla, a lei basta parlare. Però Mel è divertente, le sfuggono dei risolini concitati,così, nel bel mezzo di una frase, sventola curiosa le sue ciglia cariche di mascara quando mi sente parlare. S’interessa distrattamente, che in  fondo lei vuole solo spezzare la noia di un pomeriggio come tanti mentre io le cucio addosso una storia che stia bene con quel che capisco.

I giorni dell’integrazione hanno il sapore di una grigliata in giardino: due panche unite in mezzo al prato, i fazzoletti colorati, i bambini sparpagliati e le risate fresche. Siamo italiani, francesi, portoghesi, tedeschi, siamo vicini per caso,  per caso calpestiamo lo stesso fazzoletto verde di mondo. Hanno il sapore dei biscotti alla cannella, mangiati insieme ai bambini biondi del collega di mio marito, in mezzo alla neve fresca. Hanno il profumo di sua moglie che mi ha sorpresa, abbracciandomi forte, polverizzando quella distanza cortese che ho imparato ad usare, lasciandomi avvolta da un calore buono.

I giorni dell’integrazione hanno la forma piena dei boschi grandi, l’odore umido di foglie marce, hanno il suono ritmato dell’acqua che gocciola, mille melodie di mille pioggie diverse. Sono grevi come le nuvole basse, sono piume leggere lasciate soffiare dal vento. Hanno la commozione di certi cieli intensi e nitidi che si buttano a piombo dentro a mari di grano dorato.

I giorni dell’integrazione si annidano dentro ai boccoli candidi della signora curva e tremante che non riesce a spalare la neve dal suo pezzo di marciapiede; li vedo dentro alle sue mani, li sento dentro a quella morbidezza che si increspa quando stringe le mie per ringraziarmi. Hanno le sopracglia corrucciate della mia vicina turca quando ha fame nei giorni del ramadan, di quell’insalata strana, che sa di limone, che lei coltiva nel suo orticello e che d’ estate assaporiamo insieme, sedute sull’asfalto caldo della stradina, mentre i nostri bambini giocano a bagnarsi, a rincorrersi scalzi.

I giorni dell’integrazione, viaggiano insieme alle lanterne e una miriade di voci piccole che, insieme, cantano una canzone grande, fatta di parole nuove. Stanno in quel contatto inusuale di cappotti pesanti, stanno dentro alla commozione sorpresa nel tuo vicino di manica, il naso che s’arriccia e rivela quel sorriso annacquato nascosto da un giro di sciarpa. Hanno la forma di un cerchio che s’allarga, di quel varco che si apre a offrirmi un posto, quando sono solo madre tra le madri, e le parole schiariscono.

I giorni dell’integrazione insegnano a scoprire, ti spingono a esplorare, ti fanno uscire fuori a cercare. Sono rimasti seduti sulle sedie dell’aula del corso, in quelle serate di vite lontane, portate vicino.

I giorni dell’integrazione mi hanno insegnato che si può parlare meno, ma si può  farlo attentamente, scegliendo le parole con cura, affidando loro la speranza di veicolare un pensiero, di portarlo a destinazione, che stabilisca il legame.

I giorni dell’integrazione li decidi tu, non li decidono gli altri: li scegli quando esci al mattino e ti guardi intorno, quando riesci a buttarti un po’ più in là di quello che hai dentro.

 

 

 

 

 

A volte bisogna far qualche passo indietro per venirsi incontro…

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immagine presa dal web

 

Alla fine l’ho fatto.

Mi sono infilata in macchina, irrequieta, agitata. Ho guidato nel buio, ho ripercorso la solita strada: porzioni di bosco scuro si accendevano ad ogni curva, l’asfalto ghiacciato, i cumuletti di neve sporca sui bordi erbosi della lunga ciclabile deserta.

Sono bastate poche parole a casa, molte, le ho soffocate sul tuo petto.

La tua mano stesa come un panno caldo sulla mia nuca, la sento ancora, quando dentro la cucina ancora  fredda e priva di vapori, mi accingo ad asciugare la pentola enorme. Ancora smarrita dentro a quella nostra intimità, ho avviato i pezzi sporchi al breve fragore della lavastoviglie, studiando il momento meno sbagliato per infilarci dentro la mia decisione. Ho approfittato di quell’ istante per  ripassare, pedante, le mie ragioni e le mie scuse per quel mio improvviso abbandono.

Ad un certo punto , ho stretto il cencio fradicio nella mano e gliel’ ho detto:” non posso venire più.”

Quella mi ha sgranato gli occhi, incredula mi ha chiesto perché.

È stato difficile risponderle, è difficile farlo quando le motivazioni che hai dentro, non somigliano per niente a quelle che tirerai fuori. Avrei voluto dirle, solo, non VOGLIO più farlo, semplicemente.

Invece, ho balbettato una serie di spiegazioni, che non l’hanno convinta, le ho promesso che le avrei coperto i weekend, domeniche escluse, fino a quando non fosse riuscita a trovare qualcun altro, ho abbozzato un’ espressione contrita e sono tornata al mio lavoro.

Quando le ho finalmente voltato le spalle, sottraendomi al suo sguardo costernato, ho percepito un vago senso di calore, proprio alla base dello stomaco: ho sentito un peso sollevarsi e dissolversi.Mi è salito alle labbra un accenno di sorriso, ho provato quella sensazione di gratitudine piena, pura, quella che sento quando muovo un passo verso me stessa, quando mi concedo un atto d’amore senza riserve, quando mi riconosco il bisogno d’essere, in qualche modo, salvata.

Non esiste, una sola ragione predominante che mi ha condotta a questa scelta, è, piuttosto, un rosario di piccole ragioni che si collegano l’una all’altra, concatenate.

Il filo che tiene insieme questo giro di perle è il malessere.

Un malessere che mi ha accompagnata ogni singola volta che sono entrata ed uscita da quel posto.

Un malessere che ho dovuto gestire nei giorni che precedevano il fine settimana e smaltire al lunedì, quando il capitolo lavorativo settimanale, veniva temporaneamente chiuso.

Un malessere che non posso certo attrbuire alle persone del posto, sempre gentili, e comunque, abbastanza indifferenti  da non riuscire ad interferire con la mia dimensione individuale.

Un malessere tutto mio, insomma, che ho coltivato piano, con pazienza, dentro; è stato nutrito con cura, fino a che, da tenero germoglio, si è trasformato in pianta infestante, prendendosi troppo spazio, fagocitando tutto intorno.

È stato difficile estirpare il piantone. Del resto, ha potuto crescere grazie alla mia perseveranza, alla mia paura di fare il passo indietro, di non sentirmi all’altezza, di sentirmi inadeguata. Ho dovuto superare l’angoscia di vedermi deludente, incapace: mi ero presa tutti quei complimenti, per un coraggio che ho solo ostentato, ma che non ho saputo praticare.

E ci ho messo tempo, a capire che il coraggio mi serviva a far marcia indietro, ad invertire di nuovo la rotta, a ritrovar la strada che porta a me stessa. Ho rischiato di farci un po’ l’abitudine a quel malessere.

L’ultima settimana però è stata più dura del solito. Le voragini scure che mi si aprivano dentro, le ho trovate più nere del solito e straripanti: si son riversate su qualche mattina, hanno indugiato su un paio di pomeriggi.

Così ho preso il telefono e ti ho chiamata. Avevo bisogno di qualcuno che sapesse ascoltarmi. Avrei voluto dirti queste cose guarandoti in viso: se fossi stata lì, mi avresti sicuramente trovata dietro la porta di casa tua. Se fossi stata lì, non avrei forse sentito il bisogno di scrivere a qualcuno che non mi conosce, per sentirmi dire quello che forse già intuivo ma che ha preso forma solo dentro a quelle parole scritte. Ho fatto un giro un po’ più lungo ma alla fine sono arrivata. Avere una sorella nella rubrica telefonica, è come avere un piano B, una scappatoia, una via di fuga: le nostre conversazioni, hanno ancora l’odore della nostra stanza in comune, di certi pomeriggi di pioggia, della magnolia grande affacciata alla finestra.

Ho parlato per tanto tempo e mi hai ascoltata: non mi hai dato risposte ed io non ti ho fatto domande, ho solo ricordato a me stessa che mi sei vicina, sempre.

Poi è tornato lui, il viso stanco, mi ha sorriso in fondo al corridoio mentre distribuiva abbracci e alzate in aria, alla sua piccola corte di bambini adoranti. E così gli ho parlato.

Quando sono rientrata dal lavoro era tardi, la via scura e muta. Ho parcheggiato piano la macchina sull asfalto ghiacciato, rumore di ghiaia di vetro.

Ho alzato lo sguardo nel buio e l’ho visto. Sistemava candele sul davanzale del bagno: dietro il vetro smerigliato gli ho indovinato quell’espressione d’ amore che conosco bene. Quando ho aperto la porta ho sentito il rumore dell’acqua che riempiva la vasca. Sono entrata in bagno e la luce tiepida di quei piccoli lumini si è presa tutto di me, anche gli angoli piu remoti, anche quelli perennemente in ombra.

 

 

 

Nevica ed è Gennaio.

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Veduta dei campi dietro casa, con il mio albero morto che adoro. Foto di mio marito.

 

Nevica da stamattina. Nevica sulla neve sporca che si è sciolta sull’asfalto, nevica in quel pezzo di giardino, s’ammucchia tutta sopra l’unico alberello. Nevica all’improvviso sul tuo viso piccolino, quando spalanco la finestra in cucina e, nel vapore, si fa un buco chiaro di fiocchi di cotone.

Nevica ed è Gennaio.

Il mio Gennaio stanco, il mio Gennaio freddo.

Il mio girare in tondo e ritrovarmi sempre allo sesso punto: il punto di partenza.

Era ancora Natale, si conversava, eravamo in due: due vite a confronto, due espatri a paragone. Stendevamo su quel tavolino in salotto, le nostre considerazioni: con un gesto arioso della mano, spazzavo le riserve della mia interlocutrice e snocciolavo, fiera, i motivi che non mi hanno  mai fatto rimpiangere di essere arrivata qui. Parlavo con voce piena  del vostro benessere scolastico, delle vostre opportunità future, del nuovo lavoro di mio marito.

Quando ho finito, quella mi ha guardata dolce, con uno sguardo comprensivo: ” beh, certo che sei serena, vedi tutti intorno a te realizzati, questo deve farti stare sicuramente bene!”.

Tutti… già, tutti voi. Ed io?

Ho abbozzato un sorriso storto, per un attimo, mi son sentita persa ed ho rivolto lo sguardo a quell’angolo di cielo bianco che mi offriva la finestra.

Mi son sentita svuotare da quella frase.

Come a recuperare un po’ di quel vuoto, mi sono alzata, sono venuta a cercarvi. Ho preso in braccio te, l’unico che se ne andava a zonzo senza uno scopo, dentro alla casa in festa, gli incarti strappati da un lato, le risate spontanee delle vostre piccole bocche stridevano in mezzo alle voci adulte, troppo grasse, troppo forti.

Mi hai guardato , le guance arrossate dal calore casalingo, le tue mani umide a tastarmi il viso, il tuo versetto gioioso, accoglieva quell’ abbraccio improvviso che non avevi cercato.

Mi hai sedata, hai calmato per un attimo quella corsa folle che aveva preso il mio cuore, hai sciolto il gelo che m’aveva intirizzito i pensieri, piccole stalattiti pungenti.

Son rimasta in silenzio al ritorno.

Le ho ritrovate dentro al letto quelle parole: stese sul cuscino, alitavano sulla mia coscienza sveglia. Me le son portate dietro per giorni, quel piccolo bagaglio scomodo mi ha tormentato.

Dentro a quella frase ci ho visto tutti i libri che ho chiuso, per prendervi in braccio, tutta la mia solitudine soffocata, per farvi coraggio. Ho visto i bei lavori al pomeriggio, il corso di pittura per socializzare,  scartati per sfogliare quei tuoi quaderni di scuola, per montare le tue torri azzurre e viola, per sdraiarmi sul pavimento e scoprire se la macchinina rossa è più veloce della bianca. Ho visto i pomeriggi a spingere l’altalena sotto un cielo azzurro o sopra un prato di foglie gialle. Ho visto tutte le parole che non ho scritto e che ho dimenticato, distratta da un bacio cercato o da una lacrima raccolta. Ho visto i giorni lunghi dei vostri malanni, appesi alla finestra: quanto amore dietro a quel vetro appannato.

È vero, quanto tempo mi avete rubato e quanto di quel tempo che mi avete regalato ho sciupato: non ho saputo come impiegarlo, non ho saputo sfruttarlo.

È così, forse.

Io, finisco quando iniziate voi e non c’è colpa, non c’è rimpianto.

Non c’è nessuna “me”, perduta o da cercare.

È così.

E a pensarci bene, è come dovrebbe essere.

A pensarci bene, è davvero una fortuna che io mi senta persa, che io m’affanni tanto, che io possa infine trovare sempre un luogo caldo, pronto, lì in mezzo a voi.

L’unico posto vuoto, al mondo, che assomiglia solo a me.

Ti ricordi Mina?

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immagine presa da web

 

Qualche giorno prima delle vacanze natalizie, abbiamo conosciuto Mina.

Te la ricordi?

Era quella bella mattinata di sole. Faceva freddo, c’era una luce forte che ci faceva strizzare gli occhi e le nuvolette di vapore che volavano dalla tua bocca, ti facevano sorridere.

Siamo andati a fare la spesa, come una mattina normale.

I baci umidi tra le corsie dei biscotti, le tue piccole braccia che afferrano tutto. Ho riso come una matta, quando, seduto sul tuo posto nel carrello, hai colto quella melodia in sottofondo ed hai iniziato a cantare.

Si, dopo la spesa ero un po’ nervosa, siamo anche arrivati in anticipo. Ho spento l’auto, tu giocavi con quella palla piccolina tutta gialla e nera.

Io non parlavo.

Sono rimasta in silenzio. Poi sono scesa e mi sono messa vicino al tuo sportello, ho fumato veloce una sigaretta, sputando nuvole grigie che si allargavano sopra al tuo finestrino chiuso

.Tu continuavi a giocare, io continuavo a pensare.

Alla fine non potevamo piu aspettare, non c’era più tempo. Ti ho fatto scendere. Mi hai preso la mano e ci siamo avviati verso casa di Mina: io che tremavo dentro, tu che mi guardavi felice sotto il bordo blu del tuo cappello scivolato, spuntando allegro dietro ad ogni saltello.

Te la ricordi adesso, Mina?

L’ho chiamata al telefono, non trovavo il portone. Si è affacciata ad una finestrella in alto, ti ricordi com’era piccolina? la statuina di un orologio a cucù.

Siamo entrati nel portone: le scale a chiocciola che si arrotolavano e l’eco del tuo sforzo contento mentre ti arrampicavi da solo. Io, senza la tua mano che mi teneva, soffocavo il mio smarrimento sotto un sorriso troppo grande, imbarazzato.

Ti viene in mente niente, ora?

Anche Mina sorrideva sulla cima delle scale. Mi ha teso una mano discreta, ci ha guidati dentro.

Tu ti sei nascosto tra le mie gambe, come fai sempre quando c’è una novità. Metti in ombra il viso, guardi di nascosto. Ti sei affacciato curioso solo quando hai scorto il bambino: viso pallido, boccoli d’oro, ti guardava sorpreso con quegli occhi grandi slavati, tenendo mollemente un camioncino di plastica tra le mani.

Ci siamo sisemati sul divano e tu ti sei arrampicato svelto sulle mie ginocchia, la tua fortezza inviolabile, lasciando il piccolo a spiarti dal tappeto.

Di fronte a noi c’era Mina. Ricordi com era?

Una donna minuta e dolce. Il viso sommesso e i suoi capelli  neri e duri come quelli delle donne del sud. Ha origini pugliesi, Mina, ma  è qui da sempre, gliele puoi indovinare nell’accento del suo italiano impolverato e nelle sfumature olivastre della sua pelle sfiorita. Mi parlava piano, con gesti cauti, lenti, della sua esperienza di Tagesmutter, di come ha cominciato, di quanto le piaccia occuparsi di bambini, lei che di bambini suoi non ne ha e sento un tonfo sordo quando me lo dice.

Mentre lei parlava hai raccolto il coraggio per schiodarti da quella conversazione noiosa e avventurarti sul tappeto. Hai meso il ciuccio un po’ di lato e hai indicato il camioncino del bimbo col tuo ditino gocciolante.

Mentre lei parlava io ti guardavo e cercavo di immaginarti lì, con quel bambino, su quel tappeto e Mina.

Cercavo di immaginare la mia assenza.

Quando Mina ha finito di parlare tu e il piccolino avevate definitivamente rotto il ghiaccio ed eravate cosi intimi, da litigarvi, senza pudore, un povero pupazzo blu.

Quando Mina ha finito di parlare, ho iniziato io. Le ho raccontato di te e non le ho detto niente. Perché in quelle frasi non c’era nulla e tu, sei ancora tutto.

E non le ho certamente detto che, là per là, mi pareva davvero una stronzata, lasciarti lì due mattine a settimana per fare un corso di lingue. E non mi sono alzata, non mi sono scusata dicendole che mi ero sbagliata, che era tardi, dovevamo andare.

L’ho pensato, ma non l’ho fatto.

Ci siamo accordate per la metà di Gennaio. Iniziamo  quando anche i tuoi fratelli torneranno a scuola: rifilerò anche a te uno zainetto, piccolo quanto piccole sono le tue manine a frugarci dentro. Ci metteremo dentro anche quel pezzetto di asciugamano sbilenco, che ti porti sempre appresso…

Ieri Mina ha telefonato. Ho visto il suo nome sul telefono e ci ho pensato. È malata, iniziamo a Febbraio.

Che dici, te la ricordi Mina a Febbraio?

 

 

Natale quest’anno siamo noi.

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immagine presa dal web

 

Natale quest’anno siamo noi.                                                                                                             Siamo noi dentro a un  fiocco di neve che si fa casa, vicino a quell’ albero un po’ storto: le sfere cadute, riappese di fretta e ammassate tutte da un lato.                                                           È la curiosità di quelle piccole dita che si conserva in bilico su quell’incarto colorato.

Natale quest’anno siamo noi.                                                                                                                      Il nostro cesto di speranze piccoline, di gioie grandi. Di piccoli, grandi vuoti.                       È un risveglio lento, dolce, senza saluti e consuete separazioni.                                                     È quel tavolo in cucina a colazione: le risate con la bocca piena, il biscotto diviso, i baffi di latte dei vostri sorrisi.

È aprire gli occhi, e vedervi ridere.

Natale quest’anno siamo noi.                                                                                                                      Il letto grande pieno, gli slanci felici del primo mattino, quel groviglio di mani di ogni misura.                                                                                                                                                                 Il tavolo in sala apparecchiato per cinque, coi fazzoletti rossi e i segnaposti di carta a quadretti, coi nostri nomi storti.                                                                                                                Le vostre recite in pigiama, i soldi del “Monopoli” come coriandoli e le scimmiette di plastica sparpagliate sul tappeto.

I minuti lenti a guardarsi  negli occhi.

Natale quest’ anno siamo noi.                                                                                                                   Sei tu, dentro a quella tua lacrima calda, il mio abbraccio a stringere quel buco che si apre. Sono i visi lontani che non riusciamo a baciare , una mano frenata che non può accarezzare.

È l’attesa di quella neve che arriverà, meschina, in ritardo.

Natale quest’anno siamo noi.                                                                                                                    La tua impazienza che non può dormire, la tua magia ancora accesa sulle nostre coscienze addormentate, la promessa di un sogno, la gioia della scoperta.

I baci morbidi che si  arrampicano alle coperte dei letti.

Natale quest’ anno siamo noi, appesi alle tue sillabe, aspettiamo le tue parole.                   Sono i tuoi occhi grandi che la meraviglia la conoscono subito, affacciata al loro spalancarsi.                                                                                                                                                  Sono il tuo esistere semplice, leggero, vitale.

La promessa di un’emozione buona, di uno sguardo sincero.

Natale, quest’anno, siamo noi.

 

 

 

 

Di madri, libri, vite e viaggi…

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immagine presa dal web

 

 

Mi rimangono i tuoi tre libri.

Li guardo e penso a quando, sedute sul pavimento della mia vecchia casa, abbiamo deciso insieme, a quali dei miei, dei nostri libri non potevo rinunciare.

Ho portato solo quelli che entravano dentro a quello scatolone, gli altri li ho lasciati a te, tanti sono tornati ad essere i tuoi.

Sono volati i cinque giorni della tua presenza.

Li abbiamo consumati in questa casa: siamo stati male, tutti, siete arrivati nel pieno di una tempesta virale, ci avete trovati deboli, ammaccati. Per una volta, da quando sono andata via, la vostra visita ha perso i connotati della vacanza, per andare a recuperare, in fondo, quello che davvero abbiamo perduto: stare insieme, intimamente, come lo era prima.

Siamo diventate brave a salutarci: lo facciamo in maniera leggera, banale, come se uscissi da quella porta per andare giusto un po’ più in là. Siamo diventate così brave a svuotare quei saluti, che quando si chiude quella maledetta porta sembra che non lo abbiamo fatto.

Si, mamma, anche a me succede.

Succede di rimpiangere di non averti stretta abbastanza, di non averti trattenuta un po’, di averti lasciata andare così. Misuro tutto di quei saluti: il tempo stretto che impiglia quella lacrima che scenderebbe, il contatto, veloce, che non mi leghi troppo a quelle braccia che mi sono abituata ad aspettare.

Così succede, che ho bisogno di leggere.

Mi racconto da sola, la storia che mi hai portato.

Ieri sono rimasta sola, mio marito è uscito, i bimbi dormivano.

Un accenno di soliudine vera, rara.

Ho preso quel libro.

Ho vissuto un altra vita mamma, che la mia, ieri sera, era un po’ scomoda.

Ho fatto quello che mi hai insegnato, sono entrata nelle parole, mi sono immersa in quel mondo di pagine, sono uscita da questa casa vuota, ho camminato nella campagna cilena. Ho trovato quel tuo appunto, come una sorpresa :

” sapessi quante vite vivo!Se non leggessi, dovrei farmi bastare la mia di vita  e per quanto divertente possa essere, e sempre soltanto una. Troppo poco per me.” (cit. Marcela Serrano ” Il giardino di Amelia”).

 Ho pensato che tu lo hai sempre saputo, che tu mi conosci, forse, meglio di chiunque altro. Hai subito intuito il mio animo ramingo, la mia necessità di esplorare, di muovermi, di andarmene e tornare.

Ho capito che tutti i tuoi libri sono state porte da aprire, hai trovato un modo per assecondare la mia natura, hai creato per me infinite vie di fuga.

Quante vite abbiamo vissuto insieme mamma? Su quante righe stampate abbiamo camminato vicine, quali parole ci hanno trattenute, quali frasi hanno deviato il cammino?

Per questa tua visita avevo preparato anch’io un libro per te.

Lo conservo da mesi, l’ho scordato sul comò questa estate,  l’ho ritovato silente, col suo prato di polvere leggera che aspettava.

Ti aspettava.

Ti regalo il mio viaggio, mamma, chiuso dentro a quel libro sottile:

“A volte vorrei che non piegasse mai la strada                                                                                                      Che in momenti come questo si dispiegasse rettilinea:                                                                         lasciare all occhio la risposta d´ un orizzonte                                                                                                         a tutte le sue domande di dove.”                                                                                                                             (cit. Maddalena Capra “È quasi giorno” tratto da “La sera sono io”) 

Ciao mamma.

Perché dietro a quel test, faccio l’errore di trovarci me stessa…

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Abbiamo aspettato tutta la settimana.

Quando sei tornata a casa, il giorno del test di matematica, ho intuito dal tuo gesticolare animato, dai tuoi occhi bassi che non era andata come speravi.

Poi, però, ti ci sei appesa a quella speranza, ti sei agganciata a quel filo esile scegliendo di lasciarti traghettare fino alla consegna di quel test.

Mi hai chiamata, mentre in strada, cercavo di tranquillizzare nel passeggino tuo fratello, correndo faticosamente dietro a quell’altro, imbronciato per uno dei suoi mille, inaccessibili motivi.

Mi hai chiamata per salutarmi che oggi non torni per  pranzo, sei invitata a casa di quella tua amichetta.

Hai la voce che si nasconde, mentre ti chiedo se è tutto a posto.

Ho il fiatone, sono stizzita e sto per liquidarti che il polso mi fa male a spingere il passeggino con una sola mano e ti interrompo continuamente,  nervosa che tuo fratello sia sempre troppo avanti o troppo indietro, come la sua frustrazione.

Poi mi arriva quel soffio di voce rotta.

Come ti pesano quei quattro fogli schiacciati nello zaino, come ti tirano sulle spalle quando mi dici che il compito di matematica è andato male.

Io ti rispondo secca: sei, in quel momento, la goccia in più, quella che non ci sta dentro, quella che alla fine rovescia tutto, fa il danno.

Sputo solo un: “non va bene, ne parliamo dopo”.

Chiudo la telefonata, aprendo un tempo che già lo so, si dilaterà fino a farmi paura.

Quando rientro a casa, sono rigida.

Siedo a tavola i tuoi fratelli, distribuisco loro il cibo senza un sorriso.

Sto provvedendo a voi, al vostro nutrimento e vi affamo d’amore.

Mi sento come inceppata.

Il tempo di vederli masticare l’utimo boccone, sono già in piedi, di spalle. Lascio a loro la mia schiena, come un muro, mentre l’acqua scorre su vettovaglie sporche come la mia coscienza.

Suona il campanello.

Solo mentre  infilo la giacca a tuo fratello, per lasciarlo andare a scuola con la mamma del suo compagno, trovo lo slancio per abbracciarlo.

Lo trattengo un attimo… Gli è bastato quello: quando lo guardo in viso, per dargli un bacio, il suo sorriso ha allentato il broncio e gli fan compagnia pure  gli occhi…

Sul divano D. si è addormentato, mi sdraio vicino a lui, forse l’unico di voi che sono riuscita a non ferire, oggi… forse.

Ti aspetto e inizio a scusarmi. Lo faccio da sola, senza le tue orecchie a raccogliere. Lo faccio subito perché ne ho bisogno.  Vorrei chiamarti e dirti di mollare tutto, la tua amica, le bambole sparse. Vorrei dirti: “torna a casa”.

Non lo faccio e mi si gonfia il cuore mentre spero che almeno queste ore non siano inquinate da quel malessere che ti ho lasciato dentro, quando ho chiuso la telefonata e ti ho lasciata sola.

Ti chiedo scusa, perché avrebbe dovuto  essere solo un test andato male, invece è stato subito la mia assenza, le tue richieste urlate dalla cameretta e le mie risposte che muoiono a metà strada, sopraffatte dalle voci e dai lamenti dei tuoi fratelli.Pretendo che tu ce la faccia, che sia tu, a salvarmi dai miei fallimenti, dalle mie miserie.

Perché dietro a quel test, faccio l’ errore di trovarci me stessa: una madre che annaspa, che non arriva, che non da abbastanza…

Invece ci sei solo tu.

Tu, con le tue prime difficoltà, le tue prime delusioni, le tue nuove paure. Ne abbiamo anche parlato, di quella paura del tempo al rovescio, quando l’insegnante vi da il via e i minuti se ne vanno veloci. Ed io la conosco pure, sulla mia pelle , quella paura. So che quei minuti si mangiano i pensieri, trattengono le idee, ti lasciano attimi vuoti a ronzare in testa.

Allora ti ho aspettata, tutto il tempo, ho aspettato che arrivassero le quattro, che tu tornassi.

Quando hai aperto la porta, ci siamo guardate, ti sono venuta incontro e ho lasciato che crollasi nel mio abbraccio, ho lasciato che rimanessi nascosta, ho lasciato che sentissi il sapore amaro di questa tua piccola grande delusione mitigarsi un po’, dentro all’unica cosa di cui ora hai bisogno: il mio calore, il mio amore.

Sai, tutto il resto cambierà, se ne andrà, tornerà.

Imparerai a stare dentro alla tua vita, a soffrirne, gioirne.

Però, adesso, resta qui, non c’è altro di cui hai bisogno ed io non voglio negarmi ancora.

 

Le domeniche rubate…

domenica
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E poi va così…

tu dormi nel tuo lettino, le guance rosa, la bocca socchiusa.

Sono le nove, i tuoi fratelli a scuola, io, nella nostra cucina a rigirarmi questo tempo fermo.

Ho ancora addosso la fatica della domenica che non c’è stata.

La domenica che mi sono lasciata dietro la porta, quando ho salutato quegli occhietti appiccicati di sonno spuntati fuori dalle coperte. Giusto il tempo per salutarvi dietro alla finestra, quando vi ho sorriso, per fare un dispetto al freddo che  già mi irrigidiva il viso.

Ci siamo salutati sospirando, che un po’ ci avvilisce questa domenica che ci separa, che questo era il nostro giorno insieme e il mio lavoro ce  l’ha rubato.

Ho attraversato il paese deserto, addormentato… ho infilato la strada in mezzo ai boschi e il mio umore stizzito ha ceduto di fronte alla calma immobile del paesaggio: pende ancora qualche foglia ostinata dagli alberi, ma il colore se l’è  preso l’inverno e ora corro con l′auto in un filare di rami neri, spogli, che screziano il cielo bianco di carboncino calcato. La telefonata veloce con mamma, nella piazzetta desolata del parcheggio. La saluto con la mano già intorpidita, il gelo che pizzica.

Quando entro, passa la titolare e mi regala un saluto sbadigliato. È ancora tutto fermo, sta tirando su le tapparelle, la sala da pranzo ancora in penombra. Scendo le scale verso lo spogliatoio, attraverso il corridoio, sfilo la giacca pesante, srotolo la grossa sciarpa, appendo tutto su quel gancio che aspetta e assecondo un brivido lungo la schiena.

Risalgo su che vi penso.

Penso alla colazione che vi sta preparando papà, ai toast di marmellata che appiccica, alle briciole sparpagliate sotto il tavolo, al mio posto vuoto e alla tazza sporca di caffè che è  rimasta nel lavello.

Vi penso costantemente, quando la finestra si accende un poco di sole velato e immagino che andrete a passeggio, giù fino al forno a comprare il pane caldo, la sosta ai giochi, le guance che si colorano e gli sbuffetti di vapore caldo che sputano le vostre risate.

Vi penso quando arriva ancora un ordine dalla sala e sono le due, D. che fa il suo riposino e voi, in salotto, che state facendo?

Finalmente finiamo, iniziano ad arrivare le tazzine di caffè, ogni tazza è il saluto di un cliente che va via.

Posso iniziare a sgomberare, lavo via dai ripiani i resti del lavoro, butto a secchiate vigorose  l’acqua sul pavimento.

Sto tornando.

Quando apro la porta vi vedo correre lungo il corridoio. Mi abbracciate stretta, ve ne fregate della puzza che mi porto dietro, ve la prendete tutta, insieme a me. Mentre mi dite che vi sono mancata, arriva pure vostro fratello, sempre in ritardo, corre sulle sue gambette prendendo la curva sempre larga ,come il suo sorriso di dentini piccoli.

Rimaniamo lì abbracciati, mentre papà ci guarda un po’ distante a godersi la scena e quando si avvicina per darmi un bacio, ci siamo tutti e penso che  l’amore non ha bisogno di spazi o di giornate elette, che l’amore è qui, ora  ed in fondo  è ancora domenica…